I moti milanesi del maggio 1898. La rivolta del pane
Il 7 maggio 1898, a Milano, il generale dell'esercito regio Fiorenzo Bava Beccaris faceva aprire il fuoco sulla folla in sommossa per l'aumento del costo del pane. Sono i moti milanesi del '98, passati alla storia come "la protesta dello stomaco". di Cecilia Dalla Negra
L'INNO DEL SANGUE. "Alle grida strazianti e dolenti di una folla che pan domandava, il feroce monarchico Bava gli affamati col piombo sfamò". È una canzone popolare, conosciuta come "Inno del sangue" a raccontare il sentimento che si diffonde fra la gente in seguito alla dura repressione dei moti milanesi del 1898. Quando il popolo si riversa per le strade, Milano è tra le città più numerose nell'Italia dell'epoca, antesignana capitale finanziaria di una nazione alle prese con un'industrializzazione tutta in divenire, crocevia fondamentale di emancipazione possibile per il ceto popolare guidato da una borghesia colta e illuminata. I cittadini italiani, nel 1898, sono alla miseria. I salari sono a terra, il livello di occupazione è basso, e la classe politica - o almeno parte di essa - ritiene che i tempi siano maturi per dare una svolta democratica alla gestione dello Stato. Non esistono sindacati a difendere i lavoratori, il voto è qualcosa che ancora viene considerato come un privilegio concesso a pochi. L'AUMENTO DEL PANE. Nel 1898 però i raccolti del grano non vanno bene, e il governo decide l'aumento del suo costo, che raddoppia. Il pane passa in breve da 35 a 60 centesimi al chilo: è la scintilla che fa scatenare i moti popolari che passeranno alla storia come "protesta dello stomaco", al centro della quale sta il pane, simbolo per antonomasia di un diritto minimo di sopravvivenza che deve essere garantito. Scatta in aprile la rivolta, prima in Romagna, poi giù, fino in Puglia, passando per Firenze e per Napoli. In migliaia scendono in piazza urlando il proprio malcontento, rivendicando il pane, giungendo fino al momento in cui la protesta s'infuoca nei moti di Milano, che partono il 6 maggio, inconsapevoli della carneficina che li attende.
LE GIORNATE DI MILANO. È pausa pranzo per gli operai dello stabilimento Pirelli, in via Galilei, a Milano, quando alcuni agenti di polizia in borghese si infiltrano fra i lavoratori alla ricerca di propagandisti della rivolta, che stanno distribuendo volantini d'accusa contro il governo, considerato il vero responsabile di una carestia che affama il popolo. Vengono arrestati, e dovrà intervenire Filippo Turati, deputato socialista sotto il IV governo di Antonio Starrabba di Rudinì, per farli scarcerare. Ma la rabbia è ormai innescata, contagia rapidamente altre fabbriche, si diffonde, e al termine di una giornata di scontri fra polizia e manifestanti due operai rimangono a terra, colpiti dal fuoco dei soldati. Sabato 7 maggio la popolazione reagisce compatta, indicendo uno sciopero generale al quale la cittadinanza milanese aderisce in massa, riversandosi per le strade. Nel pomeriggio dello stesso giorno il governo, convinto della trama rivoluzionaria che si cela dietro i disordini, decreta lo stato d'assedio della città di Milano. Non c'è ancora un progetto rivoluzionario dietro le sommosse: sono la fame e il malcontento diffuso a portare l'avversione popolare verso le istituzioni statali ad un livello mai visto prima nella storia italiana. Sono le componenti radicali, anarchiche, socialiste, ad intercettare gli umori ed avere la meglio sul tentativo, da parte della classe politica, di mantenere la rivolta entro confini pacifici.
BAVA BECCARIS. Veterano della Guerra di Crimea prima, e delle Guerre d'Indipendenza poi, Fiorenzo Bava Beccaris tiene il comando del VII e III Corpo d'armata dell'esercito regio, con il quale si insedia, sotto una tenda da campo, in piazza del Duomo. Dal suo quartier generale, di fronte alle barricate cittadine organizzate dalla popolazione, ordina di aprire il fuoco sulla folla in sommossa: al termine di due giornate di scontri, resterà a terra un altissimo numero di cittadini. I dati non sono mai stati confermati: il governo ne diffuse alcuni che non potevano essere attendibili, ed i giornali di opposizione fecero altrettanto: una stima generica attesta le vittime in circa 700. Due i soldati rimasti uccisi. Un massacro, quello di Milano, che valse a Baccaris l'onorificenza di Grand'Ufficiale Militare da parte del monarca, Umberto I di Savoia, che in una nota a lui indirizzata scriveva: "A Lei volli offrire questa onorificenza per rimeritare il grande servizio che Ella rese alle istituzioni ed alla civiltà, e perché le attesti col mio affetto la riconoscenza mia e della mia patria". Nel giugno dello stesso anno, Beccaris ottiene un seggio in Senato. Il 29 luglio di due anni dopo, a Monza, lo stesso Umberto I viene assassinato in un attentato dall'anarchico Gaetano Bresci, che appena arrestato dichiara pubblicamente di aver compiuto il gesto per vendicare i morti del maggio '98. "Non ho ucciso il re. Ho ucciso un simbolo" diceva Bresci, mentre veniva condotto in carcere, dove si sarebbe tolto la vita pochi giorni dopo l'arresto. Cecilia Dalla Negra
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